• A novembre i consumi di gas in Italia su base annua hanno subito una nuova frenata (-13%) e con 6,886 miliardi mc rappresentano il dato più basso degli ultimi 3 anni per il mese in analisi. Il calo, legato principalmente alle temperature miti, è stato del 16% per i consumi residenziali, del 15% per quelli del settore termoelettrico e del 5% per quello industriale.

Una situazione che ha comportato minori importazioni ed immissioni dagli stoccaggi. I cali più importanti si sono avuti ai punti di ingresso di Mazara del Vallo (gas algerino, -31%) e Tarvisio (gas russo, -21%) che da soli rappresentano il 70% del monte importazioni italiano. Minori ingressi anche per il metano del Nord-Europa a Passo Gries, dove in alcune giornate il flusso ha addirittura invertito il senso di marcia. In rialzo, invece, le importazioni di GNL, con i rigassificatori di Livorno e Panigaglia che tornano positivi.

Per quanto riguarda i prezzi  anche novembre ha fatto segnare un trend al ribasso con quotazioni al Punto di Scambio Virtuale a 24,86 €/MWh, per un -2,53 €/MWh rispetto al mese precedente (-9,2%). Tuttavia i prezzi rispetto allo scorso anno scontano un aumento tendenziale di 3,68 €/MWh, pari ad un +17,4%. Questa dinamica, unita a quella rialzista per quanto riguarda le quotazioni nei maggiori hub europei (24,60 €/MWH, +17%) ha praticamente allineato i nostri prezzi con quelli medi continentali.

(Newsletter GME n° 121/2018)

 

  • Il prezzo medio sul mercato organizzato dei TEE presenta a novembre, per il 5° mese consecutivo, deboli oscillazioni con un valore pari a 259,76 €/tep. Lieve aumento per gli scambi sulla piattaforma bilaterale, dove un TEE vale 246,39 €/tep (+2,2% sul mese di ottobre). Numeri che confermano come l’intervento statale pre-estivo per calmierare le oscillazioni ed i prezzi di questo strumenti abbia dato i suoi effetti.

Il numero di titoli emessi dall’inizio del meccanismo è di 56.027.303 tep, in aumento di 359.860 tep rispetto al mese precedente.

(Newsletter GME 121/2018)

 

  • In Italia la quota maggiore di consumi energetici è quella destinata agli usi civili. Con 47 milioni tep essi superano sia i trasporti (39 milioni tep) che gli usi industriali (26 milioni tep). Di questi oltre il 70% sono legati alla climatizzazione degli ambienti (32,5 milioni tep) che è, dunque, una delle attività più impattanti a livello energetico nel nostro paese.

È chiaro dunque quanto l’implementazione di efficienza e sostenibilità in questo settore sia un fattore determinante per raggiungere gli obiettivi di politica ambientale fissati per il 2030. Proprio per questo la nuova direttiva europea sulla promozione delle fonti rinnovabili che sostituirà la 2009/28/UE prevede un aumento della loro penetrazione nel settore dell’1,3% annuo fra il 2021 ed il 2030. Ciò significa che in Italia nel 2030 circa il 33% del riscaldamento/raffrescamento dovrà provenire da fonte rinnovabile.

Al fine di ottemperare a questo obbligo/necessità verrà introdotta la cosiddetta Strategia di ristrutturazione a lungo termine per riqualificare il parco edifici. Questo documento farà parte del Piano Nazionale Energia e Clima e conterrà una tabella di marcia con tanto di misure ed indicatori di progresso. Le tappe intermedie sono previste per il 2030 ed il 2040 e dovranno specificare obiettivi e metodologie per perseguirli. Il fine è arrivare nel 2050 ad un taglio dell’85-90% rispetto ai dati del 1990 per le emissioni del settore.

È facile intuire come, partendo dalla situazione attuale, quella delineata sia una vera e propria rivoluzione per il settore climatizzazione (invero non sono italiano, visto che il percorso sarà identico per tutti i paesi UE).

Infatti, ad oggi, i dati ci parlano di consumi stabili per il settore residenziale da ormai 2 decenni. Un risultato non del tutto negativo e figlio di due fattori: da una parte la crescita dei sistemi di climatizzazione installati e dall’altra le nuove tecnologie. Fra il 1971 ed il 2011, a fronte di una crescita della popolazione del 10% le abitazioni occupate sono aumentate del 60% (leggasi disgregazione della famiglia patriarcale). Il numero maggiore di abitazioni nel nostro paese è situato nella fascia climatica E (oltre 11 milioni), poi ci sono quelle in fascia D (6 milioni), quindi le case in fascia ABC (quasi 4,5 milioni), per chiudere con quelle in fascia F (1 milione). Il 62% sono appartamenti, il 16% villette ed il restante 22% soluzioni con un impianto centralizzato.

La storia degli ultimi 20 anni ci dice che il peso di petrolio e derivati è sensibilmente calato nel campo della climatizzazione, a favore di metano e biomasse. Nello stesso periodo i consumi elettrici sono rimasti stabili. Ed infatti la maggior parte delle abitazioni sono servite da una caldaia a gas, mentre biomasse e pompe di calore aria-aria sono, rispettivamente, al secondo e terzo posto come diffusione. Ancora largamente marginale è, invece, il teleriscaldamento, conosciuto solo in alcune aree del Nord.

Dal 2000 al 2015 si è registrata una leggera contrazione delle vendite di caldaie a gas in favore di quelle a biomassa e delle pompe di calore le quali, però, spesso non sono altro che degli integratori dell’impianto di riscaldamento principale (o, nel caso delle pompe di calore, la soluzione per raffrescare).

La diffusione delle differenti tecnologie risente anche della dicotomia fra impianti autonomi e centralizzati. Partendo dal presupposto che almeno il 60% è coperto dal gas, fra quelli autonomi ha una buona penetrazione la biomassa (20%), mentre nella tipologia centralizzato troviamo ancora molti impianti a gasolio (10%) ed un’interessante percentuale di teleriscaldamento (12%, comunque molto territorializzata).

Questo il quadro per quanto riguarda le esigenze di riscaldamento, ma in questa analisi non è però trascurabile l’esigenza di raffrescamento e come viene affrontata. Circa il 28% delle abitazioni sono dotate di un impianto che produce aria condizionata. Quasi sempre si tratta di pompe di calore elettriche che vengono affiancate all’impianto di riscaldamento. La situazione è molto similare sia per quanto riguarda l’autonomo che il centralizzato. Interessante è notare come le pompe di calore elettriche oltre ad essere ovviamente piuttosto diffuse nelle zone climatiche ABC, dove oltre alla funzione di raffrescamento fanno fronte, o perlomeno coadiuvano, anche quella di riscaldamento, risultano ben presenti anche nelle case in zona climatica E (la seconda più fredda dopo la F). In queste realtà sono utilizzate quasi esclusivamente per il raffrescamento e la deumidificazione degli ambienti.

Vista la situazione e l’andamento socio-economico di questi anni possiamo affermare che la sostituzione delle 11 milioni di caldaie a gas più o meno obsolete ancora presenti avverrà in tempi necessariamente lunghi. Le candidate più accreditate, al momento, a prendere il loro posto sono le nuove caldaie a condensazione che, però, porterebbero ad un risparmio di soli 2 milioni tep; largamente insufficienti a perseguire gli obiettivi fissati nel piano energia e clima per il 2030.

In alcune situazioni potrebbero essere la biomassa o le pompe di calore a prendere il posto delle caldaie a gas, anche se appare più realistica una loro presenza in affiancamento (magari legata ad un minore utilizzo della caldaia). Con risultati di risparmio anche in questo caso non troppo importanti.

E necessario quindi uno sforzo maggiore ed un’apertura a nuove soluzioni. Fra questo, non a caso, vengono citate le pompe di calore a gas e la micro-cogenerazione, ad oggi abbastanza marginali, ma con potenzialità davvero interessanti.

È chiaro che sulle tecnologie che in futuro assicureranno il nostro comfort, possibilmente nel rispetto dell’ambiente, fondamentali saranno le politiche nazionali. Una forte spinta all’efficienza energetica si potrà avere con il mantenimento e l’auspicabile ampliamento degli incentivi attuali quali Conto Termico, Ecobonus, Certificati Bianchi. In questo ambito sarà essenziale assicurare le detrazioni anche alle realtà condominiali, soprattutto attraverso la cessione del credito che sta già, effettivamente, riscontrando interesse. Altri strumenti importanti saranno quelli per facilitare l’accesso al credito, come il Fondo nazionale di Garanzia per l’Efficienza Energetica già previsto dal Dgls 102/2014 ma ancora non operativo.

(Newsletter GME 121/2018)

 

  • L’Italia, attraverso il MISE ed il Ministero dell’Ambiente, ha inviato alla Commissione Europea la propria proposta per il Piano Nazionale Energia e Clima. Il documento prevede che nel 2030 almeno il 30% dei consumi finali di energia siano coperti da fonti rinnovabili. Per quanto riguarda il settore trasporti questa percentuale si abbassa al 21,6% (comunque superiore al 14% fissato dall’UE come limite minimo).

Il dato però più importante è quello che concerne gli obbiettivi di risparmio energetico che il Piano fissa per il 2030: ben il 43%. Cioè oltre 10 punti in più rispetto al 32,5% richiesto dall’Europa.

I capisaldi su cui poggia il documento, che una volta approvato rappresenterà a tutti gli effetti le linee guida energetiche del prossimo decennio, sono cinque: decarbonizzazione, efficienza energetica, sicurezza energetica, mercato interno dell’energia, ricerca-innovazione-competitività.

(www.infobuildenergia.it)

 

  • Nel 2018 i consumi di gas in Italia hanno interrotto il trend rialzista degli ultimi 3 anni perdendo il 3,4%. I livelli sono comunque ben al di sopra (+18%) rispetto ai minimi registrati nel 2014.

La flessione più marcata è stata quella del settore termoelettrico (-8%) che ha scontato la ripresa della produzione rinnovabile, specie idroelettrica. Hanno contenuto le perdite all’1% i settori civile ed industriale.

Il sopracitato calo dei consumi si è tradotto in minori importazioni (-3%), che comunque ancora assicurano oltre il 90% del nostro fabbisogno di gas, anche in virtù del fatto che la produzione nazionale è ai minimi storici, con 5,123 miliardi mc su un totale consumi pari a 72,123 miliardi mc.

I prezzi del metano si confermano in rialzo anche nel 2018 con un +23% rispetto all’anno precedente ed una media di 24,55 €/MWh.

(Newsletter GME n°122/2019)

 

  • Nel 2018 il prezzo medio dei TEE sul mercato organizzato ha fatto segnare un significativo aumento (per il terzo anno consecutivo a testimonianza della bontà dello strumento) con un prezzo medio di 303,60 €/tep, pari al 14% in più rispetto al 2017. Dinamica molto simile anche per le contrattazioni bilaterali, dove il prezzo medio è stato di 280 €/tep (+33% sul 2017).

L’unico ambito a riportare un segno negativo, peraltro per la prima volta in 5 anni di vita dello strumento, è il volume dei TEE scambiati. Infatti con 3,4 milioni il calo è stato del 46%.

(Newsletter GME n°122/2019)

 

  • Il prezzo medio di acquisto alla borsa elettrica (PUN) nel 2018 è stato di 61,31 €/MWh, con un aumento rispetto all’anno precedente del 13,7%.

Interessante l’analisi delle fonti dalla quali deriva l’elettricità che usiamo in Italia, soprattutto per capire quanto è davvero sostenibile e dunque se siano sensate le sirene che spingono verso l’elettrificazione dei consumi finali. Nel 2018 la produzione da fonti tradizionali è calata dell’8%, mentre quella da rinnovabili è cresciuta del 14,4%. Nonostante questo il 45,6% dell’elettricità che abbiamo usato proveniva dal gas (era il 48,2% nel 2017), il 7,1% dal carbone (8,7% nel 2017), ed il 7,8% da altre fonti tradizionali (8,6%). Il restante 38,6% è derivato da fonti rinnovabili (33,6%), con l’idroelettrico a farla da padrone (20% -era il 15,3% nel 2017-), seguito da solare (9,7% -10,3%-), eolico (6,6% -5,7%-) e geotermico (2,3% -stabile-). L’1% che rimane fuori da questi dati è stato assicurato dai sistemi di pompaggio.

(Newsletter GME m°122/2019)

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