• Grazie ai report World Energy Outlook (WEO) elaborati dall’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) è possibile tracciare lo scenario del comparto energia mondiale degli ultimi 10 anni e capire come si stia sviluppando e se gli sforzi per la decarbonizzazione stiano dando i risultati sperati.
    Dai dati emerge un fatto su tutti: il mondo ha fame di energia. Nel periodo 2007-2018 il consumo è aumentato di 2 miliardi tep, passando da 12 a 14.3 Gtep, per un tasso di crescita pari all’1,6% annuo. Percentuale, comunque, molto inferiore a quella registrata nel decennio precedente (1997-2007), quando fu del 3,4% anno. A giocare un ruolo determinante in questo senso sono state sia la crisi del 2008 che i miglioramenti riguardo l’efficienza energetica. Un’indicazione che lascia pensare che anche nei prossimi anni il trend di crescita dei consumi diminuirà, pur senza arrestarsi.
    Purtroppo, come vedremo fra poco, questi dati non assicurano quel taglio di emissioni necessario a mantenere il surriscaldamento globale entro i 2°C al 2050.
    Sul lato provenienza dell’energia le fonti fossili non sono mai scese sotto l’80% nel decennio preso in considerazione. Una realtà che sembra confermata anche per i prossimi anni, dal momento che le proiezioni 2040 danno le fossili ancora sopra il 70%. A cambiare saranno i rapporti di forza. Il carbone perderà terreno fino a coprire solo il 21% delle esigenze nel 2040 (nello scorso decennio è stato costantemente fra il 27 ed il 29%), anche se i tentativi di sostituirlo completamente si scontrano con il fatto che da questa fonte dipende gran parte della generazione elettrica cinese ed indiana. Il petrolio, pur mantenendo la leadership, segue anch’esso un trend di decrescita legato principalmente alle novità  (efficienza dei motori ed elettrico) nel settore della mobilità ed alla crescente elettrificazione. La sua incidenza passa dal 34% del 2007 al 31% del 2018, per arrivare ad un 28% nelle proiezioni 2040. L’unica fonte fossile a mantenere un trend di crescita è il metano che arriverà a coprire il 25% dei consumi energetici nel 2040 (+2% rispetto al 2018), conquistando così il secondo posto a discapito del carbone. Il suo ruolo sempre più centrale è sostenuto dal crescente commercio di GNL, facilmente trasportabile verso i mercati asiatici. Inoltre la flessibilità d’uso e, in particolare, il minore impatto ambientale rendo il gas la fonte fossile del futuro, anche per quanto riguarda la generazione elettrica ed i trasporti.
    Naturalmente anche le rinnovabili rientrano in questo quadro. Il decennio appena trascorso mostra una loro sostanziale stabilità quanto ad energia fornita, con il 13/14% dei consumi coperti. È il futuro che vedrà un sostanzioso aumento del loro apporto, fino a raggiungere il 21% del mix energetico mondiale. Specie nel campo della produzione elettrica il 44% sarà di origine rinnovabile.
    Come già detto, però, questi numeri non sono sufficienti a centrare gli obiettivi di decarbonizzazione previsti. È su questo fronte che si aprono le riflessioni su quanto stiamo facendo e quanto dovremmo invece fare. Come noto i sistemi energetici hanno delle rigidità che mal si conciliano con i cambiamenti repentini; per quanto è chiaro che evidenti cambiamenti siano in atto nel senso della decarbonizzazione. I dati ci dicono, però, che sono meno di un palliativo.
    Nel periodo 2007-2018 le emissioni globali di CO2 sono cresciute ad un tasso dell’1,3% annuo, passando da 28,8 GTon a 33,2 GTon. Un trend di crescita confermato da tutte le previsioni che vedono le missioni globali nel 2040 arrivare a 35,6 GTon. Un valore decisamente superiore al doppio rispetto ai 15,6 GTon di CO2 emessa che sarebbero necessari per mantenere sotto controllo l’innalzamento delle temperature e mantenere la concentrazione di anidride carbonica entro le 450 ppm.
    Dunque le dinamiche di sviluppo del mix energetico sono davvero lontanissime dagli obiettivi minimi (2°C) di decarbonizzazione siglati negli Accordi di Parigi.
    (Newsletter GME 132/2019)
  • I consumi di gas italiani sono aumentati del 2,3% nel 2019. Merito soprattutto della domanda per produzione termoelettrica (+10%), visto che industria e civile hanno registrato una flessione del 2%.
    È questo il quadro di massima che emerge dal report di Staffetta Quotidiana elaborato su dati Snam Rete Gas e Ministero dello Sviluppo Economico.Lo scorso anno sono stati consumati 73,8 miliardi mc di gas (1,6 miliardi in più rispetto al 2018). Un dato ancora inferiore rispetto ai massimi toccati nel 2005 (81,6 miliardi mc), ma decisamente in crescita rispetto ai minimi del 2014 (61,4 miliardi mc). Per far fronte alla domanda sono stati importati 70,6 miliardi mc, 3,2 in più rispetto al 2018. Sono aumentate leggermente (0,7%) le importazioni dalla Russia la quale, con ben 29,7 miliardi mc, è di gran lunga il nostro maggior fornitore. A seguire ci sono Norvegia ed Olanda, che nel 209 hanno superato i flussi di gas algerino che, a loro volta, hanno conosciuto una contrazione del 40% rispetto agli standard del passato. È interessante notare come i maggiori consumi siano stati quasi totalmente coperti grazie all’importazione di GNL, che con 14 miliardi mc fa registrare il suo massimo storico (+61% rispetto al 2018) e rappresenta una delle fonti di approvvigionamento più importanti per il nostro paese. Tanto che le importazioni via tubo hanno fatto registrare in valori più bassi degli ultimi 4 anni.
    A livello di prezzi quello medio è diminuito di 8€/MWh rispetto al 2018 (-33%) attestandosi a 16,28 €/MWh. Dinamiche analoghe nei maggiori hub europei, dove il metano è costato mediamente 13,58 €/MWh (-9,32 €/MWh, pari al -41%).
    (www.e-gazette.it – Newsletter GME 133/2020)

 

  • È stato inaugurato il gasdotto Turkstream che porterà metano russo in Turchia ed est-Europa (Bulgaria, Serbia, Ungheria, fino ad arrivare in Austria). L’opera, iniziata nel 2017 e che già fornisce Turchia e Bulgaria, verrà terminata nel 2021 ed avrà potenziale per 31,5 miliardi mc/anno.
    Questa infrastruttura ha una forte valenza geopolitica in quanto simboleggia il riappacificamento Russia-Turchia dopo la grave crisi diplomatica del 2015.
    (www.e-gazette.it)

 

  • Secondo il vice-direttore del Dipartimento Energetico della Commissione Europea Antonio Lopez-Nicolas la produzione di gas rinnovabile dovrà aumentare del 1000% nei prossimi 30 anni se l’UE vorrà raggiungere la neutralità climatica entro il 2050.
    Questi gas, che oggi rappresentano il 7% del consumo energetico lordo del nostro continente, dovranno arrivare a coprire fra il 50 ed il 62,5% dei consumi totali se vorremo avere emissioni 0 nel 2050. Il che significa passare dalle attuali 17 milioni tep a 200-250 milioni tep.
    (www.rinnovabili.it)

 

  • Il prezzo medio dell’energia elettrica in Italia nel 2019 è stato di 52,32 €/MWh, in calo di 8,99 E/MWh (-14,7%) rispetto al 2018. Una flessione legata principalmente ai ribassi del gas. La domanda totale di energia elettrica è stata di 302.288.910 MWh, in crescita dello 0,2% rispetto all’anno precedente.
    Per quanto riguarda la produzione il 62,1% del totale arriva da fonti tradizionali, fra le quali è il gas a farla da padrone con il 50,5%, in forte crescita rispetto ai livelli del 2018 (45,6%). Al contrario il carbone registra i suoi minimi storici con il 4,2% (7,1%), mentre le altre fonti tradizionali hanno un cumulato pari al 7,4% (8,8%). Il restante 37,9% (era il 38,6%) dell’elettricità usata nel 2019 è derivata da fonte rinnovabile, con l’idroelettrico al 18,9% (20%), seguito da solare con 9,2% (9,7%), eolico al 7,5% (6,6%) e geotermico a chiudere con il 2,3% (stabile).
    (Newsletter GME 133/2020)

 

  • Starebbe per cadere il divieto di autoconsumo energetico collettivo nel nostro paese. Il senatore Gianni Giroto (M5S), presidente della commissione industria, ha infatti anticipato che nel decreto Milleproroghe è stato presentato un emendamento che rende possibile la pratica per l’energia elettrica.
    Già la direttiva UE 2018/2001 ha definito regole e criteri per consentire a più persone di scambiare fra loro l’elettricità prodotta nei condominii e nelle comunità energetiche. Però finora questa possibilità è rimasta preclusa in Italia poiché la normativa vigente non permette di realizzare impianti per l’autoconsumo da “uno a molti”.
    (www.qualenergia.it)

 

  • La filiera del biometano in Italia sta prendendo sempre più forma.
    È di poche settimane fa la notizia che 20 aziende agricole associate al Consorzio Italiano Biogas hanno in progetto la costruzione di altrettanti impianti di liquefazione del biometano. Queste strutture produrranno metano completamente sostenibile, in quanto derivato da sottoprodotti agricoli, reflui zootecnici e colture di secondo raccolto. Rappresenteranno, inoltre, un’alternativa completamente made in Italy all’importazione di GNL ed avranno un alto valore strategico in un momento in cui la richiesta di metano liquefatto è superiore all’offerta. Situazione che potrebbe creare problemi allo sviluppo di un settore nel quale molte realtà credono.I 20 nuovi impianti, che produrranno dalle 3 alle 20 ton/giorno di GNL ognuno, faranno dell’Italia il paese al mondo con il più alto numero di impianti del genere e rappresenteranno un importante passo in avanti verso un mix energetico totalmente sostenibile e, cosa non secondaria, indipendente da fattori esterni.
    (www.qualenergia.it)

 

  • Il Mc Kinsey Global Institute ha appena pubblicato uno studio (Climate risk and response: phisical hazards and socioeconomics impacts) sugli impatti sociali ed economici del cambiamento climatico.
    Il quadro tracciato non è dei più confortanti, con ampie zone e milioni di persone seriamente minacciate sotto almeno sei profili: vivibilità, possibilità di lavorare in spazi esterni, alimentazione, beni fisici, infrastrutture e risorse naturali.
    Lo studio cita l’India, dove in assenza di quelle che vengono definite “azioni di adattamento”, nel 2030 fra 160 e 200 milioni di persone rischiano di trovarsi a vivere in aree con il 5% di possibilità di ondate di calore che superano la soglia di sopravvivenza e, perciò, provocheranno la perdita di ore di lavoro in esterno ed un impatto negativo sul PIL nazionale fra il 2,5 ed il 4,5%. Spostando l’attenzione sul nostro continente se il cambiamento climatico porterà temperature più miti in nord Europa, favorendo il turismo in quelle zone, allo stesso modo renderà le aree del Mediterraneo sempre più calde, con impatti decisamente negativi per il medesimo settore.
    Allargando lo sguardo tutti e 105 i paesi esaminati potrebbero assistere all’incremento di almeno uno dei rischi citati. Le ondate di calore potranno interessare fino a 360 milioni di persone nel 2030; che arriveranno a 1,2 miliardi nel 2050. Il riscaldamento dei mari, con relativa diminuzione del pescato, rischieranno di mettere in difficoltà fino ad 800 milioni di persone ed i danni alle infrastrutture raddoppia al 2030 e quadruplicare al 2050 rispetto ai livelli odierni.
    Anche lo studio Mc Kinsey conferma che saranno i paesi più poveri ad essere più esposti al rischio di un clima più caldo, mentre invece aree come il Canada potrebbe addirittura avere benefici da temperature più miti che aumenterebbero i raccolti. Al di là di tutto questo il rischio climatico dovrà, in futuro, essere considerato nella progettazione delle infrastrutture per evitare costi imponenti di manutenzione/ricostruzione.
    In definitiva, ed anche qui lo studio non dice nulla di nuovo, l’adattamento è ormai una necessità e per bloccare l’aumento del rischio climatico l’unica soluzione è azzerare le emissioni.
    (www.e-gazette.it)

 

  • È stata pubblicata la consueta indagine Assoclima sull’andamento del mercato climatizzazione nel 2019. I dati mostrano un trend positivo per il settore.
    La crescita è stata dell’8,3% (8,6% se si considera il valore economico) per i climatizzatori DX inverter monosplit§; 9,8% (9,1% valore) per i multiplit; 8,1% (8,5% valore) per i VRF e multiVRF. Positivi anche i condizionatori cpackged e rooftop con un +14% (+29,8% in valore).
    Lo studio conferma anche il buon andamento delle pompe di calore, che crescono dell’11,4% (14,5% in valore). Anche grazie a questa tipologia il comparto delle apparecchiature idroniche condensate ad acqua ha chiuso il 2019 con un +9,5% (11,5% in valore). Situazione analoga per i gruppi refrigeratori di liquido con condensazione ad acqua, che salgono del 13,2% (+44,7% in valore) nelle versioni in pompa di calore. Positive anche le centrali di trattamento aria (+1,6 in volume e +11,6% in valore) e le unità terminali (+6% in volume e +8,3% in valore).
    (www.ingenio-web.it)

 

  • Il prezzo medio dell’energia elettrica in Italia a gennaio è stato di 47,47 €/MWh, in crescita rispetto ai valori di dicembre (+4,13 €/MWh / +9,5%) ma comunque il secondo più basso registrato negli ultimi 2 anni e mezzo e decisamente in calo su base annuale (-20,18 €/MWh / -29,8%).
    L’ammontare totale della domanda elettrica nel nostro paese nel mese passato è stato di 26,9 TWh. Il 68,5% dell’energia è stato di origine fossile (era il 69,4% a gennaio 2018) con il gas a farla da padrone con il 58,8% di questo totale (54,2%). Ai minimi storici il carbone che ha contribuito solo per il 2,6% (7,2%), mentre le altre fonti tradizionali hanno coperto il 7,1% (8,1%) della produzione. Sul lato rinnovabili, che hanno fornito il 31,5% dell’elettricità totale usata a gennaio (30,6%), quasi la metà è stata di origine idrica (15,5%, in crescita di oltre 3 punti percentuali rispetto ad un anno fa), seguita dal solare con il 6,9% (6%), eolico, in flessione al 6,8% (10%), e geotermico, sostanzialmente stabile al 2,3%.
    (Newsletter GME 134/2020)

 

  • Consumi di gas italiani in calo nel primo mese del 2020. Con un totale di 9.664 milioni mc fanno segnare un -8,4% rispetto ai livelli di gennaio 2019. A perdere sono stati soprattutto il settore civile (temperature miti) e termoelettrico, che lasciano sul campo entrambi oltre il 10%. Calo più contenuto, ma comunque sostanzioso, per il settore industriale che perde il 6%.
    La minore domanda ha portato ad un calo delle importazioni, scese del 14,4% a 5.657 milioni mc. Cresciute, invece, le erogazioni dagli stoccaggi (+4%), mentre la produzione nazionale, che ha coperto il 3,5% delle richieste, è risultata in flessione  del 19%. Per quanto concerne le importazioni -24,6% per gli arrivi dalla Russia e minimo dal 2016 per il mese di gennaio con 1.679 milioni mc per quelli dal Nord Africa. A compensare gli arrivi di gas dal Nord Europa, cresciuti del 72%. Flessione, benché moderata, per il GNL, che perde il 3%. Nonostante le massicce immissioni il rapporto giacenza/spazio negli stoccaggi è di ben 18 punti più alto rispetto ad un anno fa, attestandosi al 47%.
    Ultimo cenno per i prezzi. Il prezzo medio del metano al Punto di Scambio Virtuale è stato di 13,34 €/MWh, in flessione di 1,70 €/MWh rispetto a dicembre e di 10,62€/MWh rispetto ad un anno fa. Stessa dinamica a livello europeo, dove nei maggiori hub il prezzo medio è sceso di oltre 2 €/MWh rispetto a dicembre mantenendosi poco sopra gli 11 €/MWh.
    (Newsletter GME 134/2020)